Il dialetto fa parte del nostro bagaglio culturale ed è l’inevitabile segno che ci fa dire che apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo; ci identifica e ci colloca nel posto preciso della nostra storia personale, rappresentando la nostra etichetta, le nostre radici e la nostra carta d’identità. Esso è l’espressione di un popolo: amare il dialetto, usarlo nel nostro quotidiano e insegnarlo ai nostri figli significa amare noi stessi ed essere possessori di una grande eredità storica. Se da un lato è importante conoscere la lingua nazionale come fondamentale strumento di comunicazione, dall'altro la diversità socio-culturale fra le diverse comunità italiane è una ricchezza che va mantenuta, difesa, valorizzata e divulgata. Il dialetto possiede una forza espressiva e descrittiva genuina che scaturisce dal suo verismo; è lo strumento che meglio esprime sentimenti, valori, culture e speranze, con cui ripercorrere i sentieri della memoria drasticamente inquinati dalla frenetica vita moderna.

“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”, scriveva Pier Paolo Pasolini, il quale vedeva nella parlata locale l’ultima sopravvivenza di ciò che ancora è puro e incontaminato, e che come tale doveva e deve essere protetto. Tra tutti i Paesi europei, l'Italia è quello che ha il maggior numero di dialetti, un fenomeno che ha una chiara spiegazione storica. Il ritardo con cui il nostro Paese è giunto all'unificazione nazionale, avvenuta solo nel 1861, ha consentito il proliferare e il consolidarsi di tante parlate locali, risultato dell'incontro nel tempo di culture e lingue diverse. Per questo i dialetti italiani sono anche molto differenti tra loro: accanto ad un comune denominatore latino, conseguenza dell'unificazione della penisola realizzata da Roma duemila anni fa, si riscontra una grande varietà di linguaggi derivanti da quasi mille anni di invasioni straniere che hanno interessato le varie zone del territorio.

Ecco perché, nel 1861, i piemontesi che unificarono il Paese non comprendevano le lingue meridionali, con le quali avevano in comune solo una parte minima del vocabolario. Nello stesso periodo, lo stesso Re d'Italia, Vittorio Emanuele II, parlava stentatamente la lingua italiana e si esprimeva più spesso in dialetto piemontese. D'altra parte fu proprio una lingua regionale, quella toscana, ad essere elevata al rango di lingua nazionale, dal momento che il latino, a cui storicamente sarebbe spettato questo compito, era ormai una lingua morta non più utilizzata nella vita quotidiana. Le altre lingue locali, da quel momento, furono declassate a dialetti.

I vari dialetti italiani non sono quindi delle sottolingue della lingua italiana, o la lingua degli incolti, ma sono dei linguaggi autonomi con legami consolidati con la lingua nazionale per via della comune origine latina. Il dialetto è, a buon diritto, una lingua neolatina nata dall'evoluzione del latino parlato; non è un linguaggio inferiore o rozzo di cui vergognarsi, né una deformazione dell'italiano. Quello che a un orecchio inesperto potrebbe sembrare un linguaggio sgrammaticato, in realtà possiede una sua struttura grammaticale organica, una sua sintassi, un suo lessico e regole non meno rigorose e precise dell'italiano o di qualsiasi altra lingua. Cogliere questo spirito significa imparare ad amare il nostro linguaggio ed esserne profondamente orgogliosi.

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