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MAESTRI
ELEMENTARI DEGLI ANNI '30 |
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Negli anni
'30, a Monteparano, operavano questi insegnanti elementari:
Angelo Azzone, Leonardo Recchia, Filomena Como, Pasqua Noviello,
Francesca Amorisco e Valeria Boschin. Tutti venivano sempre
inseriti, in quanto "personalità locali", nei Comitati esecutivi
per le celebrazioni delle varie ricorrenze volute dal regime,
tra cui la "Festa del fiore" (con raccolta fondi per i malati di
tubercolosi), la "Festa del Pane", la "Giornata della Doppia
Croce". Probabilmente l'insegnante della foto sopra è uno dei
due uomini citati. |
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1931:
DISOCCUPAZIONE ZERO |
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Piazza Castello non era molto
diversa dalla foto quando, nell'aprile del 1931, veniva
effettuato il VII censimento generale della popolazione. Il dato
sorprendente è che nei prospetti riassuntivi dei risultati non
risultavano esserci disoccupati. Nel verbale redatto
dall'Ispettore incaricato del controllo delle operazioni si
legge che il Podestà locale affermava che
"nel periodo della compilazione dei fogli,
in questo Comune non vi erano disoccupati".
Il dato stona con le continue richieste di sussidi che
pervenivano al Comune e all'Ente Assistenziale locale, ma
contribuiva a far dichiarare al governo di Roma che il fascismo
aveva eliminato la disoccupazione in Italia. |
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1929: UNA STORIA
TRISTE |
E' una storia triste quella di una
bambina che oggi diremmo "disabile", ma che nel 1929 era
definita "anormale" o "deficiente".
Anche se sono passati tanti anni non diremo il suo vero nome, la
chiameremo semplicemente "Ida", un nome breve.
Ida era nata a Monteparano qualche anno prima, affetta da
eredosifilide, con conseguente demenza congenita. Secondo quanto
certificò il dottor Francesco Pazienza, medico condotto del
tempo, Ida era "pericolosa" per sé e per gli altri.
Subito dopo la sua nascita, il padre emigrò per necessità. Andò
a Buenos Aires, in Argentina, e per qualche tempo rimase in
comunicazione con la moglie, inviandole periodicamente del
denaro.
Tra la fine dell’800 e i primi vent’anni del ‘900, periodo della
grande emigrazione transoceanica, anche Monteparano, come il
resto del Sud miserabile e affamato, pagò il suo tributo di
forze giovani che partivano alla ricerca di un futuro migliore.
Ma, come spesso accade, con il passare del tempo le lettere del
padre di Ida si diradarono, denaro ne cominciò ad arrivare
sempre meno. Alla fine non arrivò più nulla. Ida intanto
cresceva, e crescendo le sue condizioni divenivano sempre più
problematiche e gravi. La madre, per accudirla, non poteva
nemmeno più lavorare, tanto che ambedue vivevano di quello che
generosamente veniva offerto loro da amici e vicini di casa . Le
crisi di Ida però divenivano sempre più frequenti, tanto che si
decise il ricovero in un Istituto specializzato.
Fu il Podestà del tempo, Ciro Lezzi, che si incaricò di
contattare questi Istituti, anche perché, trattandosi di
famiglia sicuramente povera e decisamente bisognosa, la spesa
del ricovero sarebbe stata a carico del Comune.
Il 19 agosto 1929 il Podestà scrisse al Direttore della Casa di
Salute per bambini anormali di Roma, chiedendo lumi sull’iter da
seguire per il ricovero della bambina e sull’ammontare della
relativa spesa.. La risposta arriva in fretta ed è negativa: la
Casa di Salute è privata e costerebbe troppo, si suggerisce il
ricovero presso il manicomio provinciale o presso l’Ospizio Pio
X della capitale.
Sempre in agosto l’Asilo Tropeano di Napoli comunica una retta
giornaliera di lire 8,00, ma quando il podestà si decide a
chiedere l’ammissione di Ida, non vi sono posti disponibili.
Analoga richiesta viene subito inviata all’Ospizio Pio X di
Roma, che nel gennaio 1930 chiede un certificato medico
attestante lo stato di salute della bambina.
Nel frattempo il Prefetto di Taranto, interessato della vicenda
dalla stessa madre di Ida, in vista dell’eventuale ricovero a
spese dello Stato, chiese al Podestà informazioni precise sulle
condizioni economiche e di lavoro di tutti i componenti della
famiglia di Ida e dei loro parenti, onde verificare la
condizione di abbandonata in stato di vera miserabilità, che
sola avrebbe consentito l’emissione del provvedimento di
ricovero a carico dello Stato.
Finalmente, il 3 aprile 1930, suor Luigia Vanoni, Direttrice
dell’Ospizio Pio X di Roma, scrisse al Podestà in questi
termini: "Colla restituzione dei due certificati uniti, faccio
conoscere alla S.V. che non possiamo ricoverare la bambina …………
perché affetta da demenza che la rende pericolosa a sé e agli
altri e inoltre affetta da eredosifilide, mentre le nostre
bambine deficienti sono tranquille e non pericolose".
Qui si chiude il carteggio ritrovato. Ignoriamo che ne sia stato
di Ida. Sappiamo solo che nel dicembre di quel 1930 la madre si
trasferì a Taranto con la bambina, poi più nulla.
Ritrovare queste poche carte, ricostruire questa breve e triste
storia serve oggi a ridare dignità ad una bambina che,
probabilmente, in tanti allora avrebbero voluto che non fosse
mai esistita.
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ricerche a cura di Salvatore Renna |
Ultimo aggiornamento:
16-11-08
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