La "Cupa Cupa"

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Cupa Cupa
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Ecco la prima pagina che nasce grazie al contributo di due utenti del nostro sito. E' la dimostrazione di quella che una delle finalità di Monteparano.com: recuperare e conservare la memoria storica della nostra comunità attraverso la collaborazione di tutti. Il nostro amico P. ci ha inviato tempo fa l'immagine della famosa "cupa cupa"; qualche giorno fa, un'altro utente, G., ha inviato il frutto di sue personali ricerche sull'argomento.

Pubblichiamo integralmente lasciando solo a loro, come è giusto, il merito di questa pagina.

LA CUPA CUPA

La cupa cupa mia, ca veni di Pistizza
oziti patroni e dammi la sasizza!
E ci nonci arrivi pigghia lu furconi
oziti patroni e dammi lu pruvuloni
 
E ci non ni tieni, si figghiu a lu muntoni
e ci non ni tieni, si figghiu a lu muntò
 
‘Mmienzu alla chiazza di Muntiparanu
e natu n’arulu di mele e di cutogni.
E ci l’è chiantatu stè lu chiù luntanu
e mo mi li pigghiu iu ca sto lu chiù vicinu
e mo mi li pigghiu iu ca sto lu chiù vicì!

 

 

da WIKIPEDIA

La Cupa Cupa è uno strumento musicale popolare costituito da un recipiente di solito in terracotta, coperto da una stoffa o membrana e una canna lunga e sottile. La canna viene legata al centro della membrana che la avvolge in punta ed è tenuta ferma da uno spaghetto. La membrana, a seconda della zona in cui lo strumento si trova, può essere realizzata in vari materiali, quali pelle di capretto o capra.

Nella zona basso-pugliese la membrana è di capretto, mentre nella zona campana è di pelle più dura, generalmente di capra. Anche in Lucania la cupa cupa era uno strumento largamente diffuso. Esiste la variante al maschile, il "cupa cupa". Si tratta chiaramente di una definizione onomatopeica. Il "cupa cupa" produce sempre e comunque lo stesso suono, quello del nome. Da cui la particolare importanza dell'abilità del suonatore, che da quell'unica nota doveva ricavare le varianze dell'accompagnamento. Al punto che, nel corso della "serenata" o dello strambotto, comunque dell'esibizione, si stabiliva una sorta di identità tra lo strumento e il suo suonatore, che gli si rivolgeva chiamandolo "Cupiello". "Sona Cupiello, scinni patrona, scinni lu salzizzo, u cielo è nuvolo e chiova a stizza a stizza" : un invito, nelle fredde serate invernali, a "scendere" dalla pertica cui era appesa a stagionare l'ottima salsiccia lucana, invito fatto, dal suonatore, alla "patrona", cioè la padrona della casa cui si "era portata la serenata", la padrona che gestiva le masserizie, secondo un costume matriarcale diffuso in Lucania.

La "cupa cupa" campana differisce da quella pugliese anche per il recipiente, in quanto non è più un vaso dalla larga bocca e a forma di 8, bensi dalla forma allungata e regolare. La "cupa cupa" campana prende il nome di Putipù.

Per suonare lo strumento, la membrana o stoffa si inumidisce con acqua e si strofina sulla canna la mano bagnata chiusa a pugno.Nel modo come la mano viene chiusa risiede la possibilità di produrre un suono altrimenti molto difficile a generarsi. Per non considerare le escrescenze coriacee della canna, in corrispondenza degli anelli di accrescimento, che tendevano a ferire il suonatore: il quale infatti era costretto a pause continue, per raffreddare il palmo della mano, da cui in realtà si innescava il suono. Infatti i suonatori più abili non chiudevano la mano a pugno, ma facevano scivolare il palmo, che spesso ostentavano completamente aperto, su e giù per la canna, a dimostrare la loro perizia. Misurata tra l'altro dal numero di cannucce che si spezzavano durante l'esibizione. Più cannucce si spezzavano, meno esperto era il suonatore.Chissà che l'espressione "spezzacannucce", che nel vissuto popolare significa "incapace", non venga proprio dalla pratica del "cupa cupa". A ogni modo,parlando della Lucania, come improvvisate erano le esibizioni che lo strumento accompagnava, altrettanto improvvisato era lo strumento. Nel senso che il cupa cupa non era come una chitarra, da tenere appesa al chiodo come il fucile da tirar fuori alla bisogna. Il cupa cupa si costruiva per l'occasione e in un certo senso era tanto più grande e chiassoso o melodico a seconda della temperie spirituale che pervadeva il suo costruttore, che poi era anche il suo suonatore. Uno strumento ma nello stesso tempo un simbolo, come la la cannuccia di avena suonata da Titiro delle bucoliche..."silvestrem tenui Musam meditaris avena"... però il cupa cupa faceva più rumore e forse più allegria. Poi, quando la festa era finita, anche il cupa cupa era finito. Nella speranza di poterne poi costruire un altro, a simbolo della continuità della vita, rappresentata da quell'andare del palmo su e giù, che per noi moderni potrebbe, a vederlo, evocare qualcosa di osceno, ma che per loro, i nostri padri, significava la ricchezza, l'unica a loro possibile, quella della prole.

 

ECCO LA MAIL DI  G.

Caro Amministratore,

Le faccio i miei piu' sinceri complimenti per il sito www.monteparano.com, che spero nel futuro sara' ancora piu' ricco della nostra storia, delle nostre tradizioni, delle immagini del nostro passato, anche quello che non ho vissuto, ma che riesco a sentire e vedere nei miei genitori e in tutte le persone piu' grandi di me.

Un giorno, visitando il sito , per la prima volta mi sono posto la domanda da dove avesse origine e quale fosse il significato della canzone popolare "La cupa cupa mea". Grazie ad Internet e' molto facile arrivare a tante informazioni (più o meno complete) e, inserendo nel motore di ricerca la parola "cupa cupa", tra le varie fonti mi sono imbattuto in questo sito http://www.aptbasilicata.it/a_galloitalico/vaglio_basilicata-1.html . Dopo aver interpellato per via mail la prof.ssa Maria Greco (vedi il sito), ho ricevuto la sua risposta, nella quale mi scrive che: " La canzone che mi invia [il testo della cupa cupa monteparanese], e che ho visto dopo averle risposto, sembra una canzone di carnevale, in cui gruppi di giovani si mascheravano ed andavano per le case chiedendo offerte. Magari potrebbe rivolgersi al prof. Enzo Spera, che insegna antropologia, è lucano e si è molto occupato di carnevali, canti religiosi, ecc."

Contatto il prof. Spera dell'Università' del Molise, il quale molto gentilmente mi risponde:
"Il testo che mi ha spedito è, come già rilevato dalla Prof.ssa Maria Teresa Greco, parte di uno dei tantissimi canti di questua che in passato - ma in alcuni centri lucani lo è ancora oggi - venivano cantati dai gruppi mascherati con l'accompagnamento del cupa-cupe o cupe-cupe o anche, come è detto in Campania, putipù.
l
a cupa-cupa, presente come strumento di accompagnamento delle azioni carnevalesche ed in particolare dei canti di questa, come di quelli intonati per la morte di Carnevale, è diffusa in tutto il Mezzogiorno. Il riferimento a Pistizze (Pisticci in provincia di Matera) ha essenzialmente funzione metrica perché fa rima con sazizze.
In Molise esiste una versione gigante di questo strumento a frizione, ottenuta con botti.
L'uso della cupa-.cupa, o anche del cupo-cupo (ha definizione di genere doppia), fino a qualche decennio addietro era precluso alle donne; così come, del resto, alle donne era preclusa la presenza in ogni azione carnascialesca. Una donna, o peggio ancora una ragaza, che avesse suonato il cupo-cupo in pubblico, sarebbe stata vista come dissoluta o poco di buono. In passato, però, alcune giovani donne, in genere di provenienza borghese o artigiana, partecipavano alle maschera, ma con il viso ben coperto.
Altri riferimenti può trovarli nella ricca letteratura demologica del Mezzogiorno."


Che dire? Spero che questa mia mail possa servire da spunto per una interessante ricerca.

Cordiali saluti.